#Socialmuseums, un fenomeno che non decolla

#Socialmuseums, un fenomeno che non decolla

31 Marzo 2016 Off Di Direzione Rivista Siti Unesco

Il Ministro Franceschini: “Al lavoro per recuperare ritardi dei grandi musei italiani sui social network” – 

Italiani, musei e social media: una relazione aperta e – per certi versi – anche complicata. Ad indagare in che modo i cittadini del bel Paese utilizzino facebook, instagram, twitter, pinterest, le app per entrare in relazione con le istituzioni culturali ci ha pensato Civita, con la collaborazione di UNICAB.  Nonostante il successo del lancio dell’hashtag #Socialmuseums, secondo i dati raccolti gli italiani che utilizzano i social media sono circa 36,5 milioni, il 60% dell’intera popolazione, ma di questi solo 9 milioni circa (il 36,6% della base degli intervistati, in prevalenza fra i 25 e i 44 anni) impiegano i social per la fruizione delle proposte culturali.

Ad utilizzarli sarebbero soprattutto le giovani donne (18-25 anni) e – analizzando i differenti usi delle piattaforme – appare chiaro che gli utenti impiegano i social soprattutto per la fruizione virtuale e per scaricare materiali messi a disposizione dalle organizzazioni culturali, mentre l’acquisizione di informazioni per la prenotazione o l’acquisto del biglietto d’ingresso sono nettamente sottoutilizzati e “assolutamente marginale” resta la funzione creativa associata ai social media.

Lo studio promosso da Civita è stato condotto su  26 istituti culturali rappresentativi di diverse tipologie di offerta culturale: Musei e Reti museali di arte antica e moderna, Musei e Centri per l’arte contemporanea, Musei della Scienza e Altre istituzioni.  L’indagine mostra che l’utilizzo di tali strumenti come mezzo per entrare in relazione con i propri pubblici o per attrarre visitatori non costituisce ancora, per i nostri musei, un obiettivo strategico e rilevante, ad eccezione dei musei d’arte contemporanea, capaci, al contrario, di richiamare non solo i giovani (cosiddetti “nativi digitali”) ma anche un pubblico più trasversale e meno assiduo.

Da dove nascono queste difficoltà?  Secondo la ricerca, dipenderebbero prima di tutto dalla scarsa conoscenza delle effettive potenzialità dei social, dovuta sia alla poca esperienza finora accumulata nonché dalla difficoltà di associare una piattaforma ad obiettivi specifici.

I social multifunzionali – Facebook, Twitter e Google+ seguiti ad una certa distanza da Instagram, Pinterest e YouTube – risultano essere ritenuti più efficaci dai musei ed utilizzati, in particolare, per stimolare la creazione di user generated content (contenuti autocreati), favorire l’apprendimento ed arricchire la fruizione o condividere i contenuti. Questi social media sono  quasi sempre implementate in stretta connessione con il sito web del museo, sia per ottimizzare l’uso di tutti gli strumenti a disposizione dell’istituzione che per arricchire il sito potendo impiegare tutti i supporti di comunicazione (verbali o visivi) tramite l’uso di linguaggi differenti.

Secondo lo studio di Civita, per superare questo gap,  le istituzioni museali “dovrebbero accrescere il proprio ruolo identitario e valoriale, a garanzia della qualità della cultura trasmessa e a favore di una redistribuzione dell’accesso alla conoscenza, valutando pregi e difetti rispetto ai propri obiettivi – si legge nella relazione – dall’altro, i nostri musei, devono essere messi in grado di dare l’avvio ad una progettualità innovativa, volta da ottimizzare le funzioni delle piattaforme social in linea con le esigenze del museo stesso ma anche, e di comune accordo, con quelle di centri di ricerca e imprese innovative del settore. Al fine di intraprendere un’efficace comunicazione attraverso i social, i nostri musei non possono prescindere dal mettere in atto mirati investimenti sulle professionalità addette alla comunicazione museale.”.

La formazione di professionalità ad hoc, rispondenti per lo più alla figura del “social media manager” necessita sicuramente degli investimenti, per far fronte ai quali  una valida risorsa potrebbe essere l’uso integrato di fondi nazionali comunitari (Agenda Digitale, Horizon 2020, Erasmus+, Industria Creativa ecc) nonché la realizzazione di partenariati europei orientati al sostegno di progetti di innovazione tecnologica. Civita suggerisce anche che i musei più visitati possano destinare “le entrate aggiuntive alla formazione di personale qualificato (almeno 3 o 4 unità), al fine di migliorare l’interazione “social” con il pubblico, o di attivare eventuali collaborazioni con le imprese operanti nella comunicazione.”. I musei con minore affluenza, dal loro canto, potrebbero incentivare “una gestione a rete dei servizi dedicati alla comunicazione, riducendo, in tal modo, i costi di gestione per le singole istituzioni.”.

Il diffondersi dei social media si inserisce in una nuova visione del museo, dando vita a quello che è stato definito il “museo relazionale” o, nel contesto statunitense, the participatory museum, enfatizzandone l’aspetto dinamico e interattivo. Le strategie digitali andrebbero quindi coltivate in maniera coerente con la mission dell’istituzione,  integrando fra loro i diversi media digitali impiegati dal museo (social network, sito web, blog, ecc.). “Per i nostri musei, accogliere il suddetto modello significa, in primis, superare le forti riserve culturali legate ad una visione in genere “conservatrice” e conservativa del proprio ruolo, vincendo le diffidenze di coloro che temono di sminuire le capacità conoscitive e formative della tradizionale museologia.”.