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L’Italia arriva a “quota” 53 siti del suo Patrimonio Cultuale, Artistico e Naturalistico iscritti alla Word Heritage List UNESCO: benché non si tratti di una gara, è importante che vengano prese in carico nelle prospettive di tutela e valorizzazione dell’UNESCO anche le Foreste di Faggio Primordiali e le Antica Mura Veneziane. Abbiamo parlato di queste “new entry” con Giacomo Bassi, presidente dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO e primo cittadino di San Gimignano.

Dunque, presidente, cosa significano queste due nomine per il complesso panorama UNESCO italiano?
Innanzitutto vorrei portare le mie congratulazioni ai promotori delle candidature risultate vincenti e a tutti quelli che vi hanno lavorato. So che l’intero processo non è semplice ed implica un grande impegno da parte di tutti gli stakeholder, amministratori pubblici, esperti e tecnici, quindi complimenti a tutti, davvero.
A tale proposito mi sembra doveroso sottolineare il ruolo del MiBACT, che è riuscito a coordinare un’intensa attività di ricerca e promozione in maniera impeccabile. Il Ministro Franceschini, in questi anni di lavoro presso via del Collegio Romano, è riuscito a riportare l’Italia ad un ruolo di preminenza nella diplomazia culturale nel contesto internazionale. Poi, mi sembra opportuno lanciare un “In bocca al lupo” ai sindaci e alle amministrazioni che da domenica si trovano a lavorare in un Sito UNESCO. L’ammissione alla WHL non è un punto di arrivo ma costituisce un punto di partenza per un percorso impegnativo… a ostacoli, oserei dire, viste le contingenti difficoltà di gestione del Patrimonio. Non sono soli, però, giacché l’Associazione è il luogo di confronto, sostegno e rappresentanza di tutti i siti UNESCO e speriamo che anche i nuovi arrivati vogliano parteciparvi per condividere esperienze, criticità e buone prassi.

A proposito di buone prassi, a che punto siamo con la costituzione dell’ Osservatorio sui Siti del Patrimonio Mondiale, annunciato lo scorso autunno?
Il MiBACT ci sta lavorando, le sollecitazioni del Sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni sono state accolte e siamo in attesa che si apra un tavolo di lavoro per questo.
Noi, amministratori di siti del Patrimonio Mondiale che gestiamo questi luoghi, vorremmo che l’Osservatorio assumesse un ruolo propositivo stabile presso il Ministero e presso il Parlamento per dare peso strategico prioritario alle proposte che pervengono dai Siti, preferibilmente organizzati in reti regionali o associative. L’auspicio infatti è che l’avvento dell’Osservatorio non si traduca in un ulteriore produzione di reportistica o documentale per gli Enti gestori dei Siti, ma porti risorse concrete per i progetti, professionalità che affianchino i decisori e pianificazioni attive e coordinate per la corretta gestione e sostenibilità di questi luoghi che rappresentano l’eccellenza culturale italiana.

Cos’è che l’Associazione propone, quindi?
Le nostre sollecitazioni sono state presentate lo scorso novembre nel corso della Conferenza Nazionale dei Siti UNESCO e sono state accolte favorevolmente dal Sottosegretario Borletti Buitoni.
Innanzitutto, riguardano le risorse: il rifinanziamento della Legge 77/2006 risulta palesemente incongruo rispetto al fabbisogno di manutenzione, restauro e di allestimento di sistemi moderni ed organizzati per una corretta e compiuta fruizione dei nostri patrimoni. Per noi sarebbe auspicabile l’approntamento di un Piano Nazionale di interventi nei Siti UNESCO, che si traducesse in una raccolta di progetti, più o meno grandi, elaborati dagli Enti Locali gestori, di manutenzione ordinaria e straordinaria, di messa in sicurezza ed adeguamento sismico, di restauro, di valorizzazione, comunicazione e servizi per la fruizione.

In che modo avete previsto di provvedere ai necessari fondi?
Questo grande Piano Nazionale dovrebbe essere finanziato al di fuori della Legge 77/2006, innescando delle risorse straordinarie e contingentate nel tempo. Noi crediamo, per esempio, che sarebbe giusto che una parte del gigantesco indotto economico proveniente dal turismo – che nei nostri territori è movimentato dall’interesse del pubblico per i beni culturali, la maggior parte dei quali beni UNESCO – fosse destinato a mantenere questi beni, che sono la “fonte” di così grandi fattori economici e gli hubs principali del movimento turistico in Italia. Ecco quindi una proposta concreta: nel 2015 (fonte ufficiale Aiscat) sono stati percorsi su tutti i tratti autostradali italiani poco meno di 80 miliardi di kilometri. Se immaginiamo di introdurre un sovrapprezzo per il pedaggio, da destinare a finanziare il Piano Nazionale per i Siti UNESCO, pari ad 1/millesimo di euro (0,001 di Euro) a Kilometro, avremmo un gettito annuo pari circa 80 milioni di euro. E l’aggravio per gli utenti sarebbe irrisorio: per esempio la tratta di 1000 kilometri dal Brennero a Reggio Calabria passerebbe da 69 a 70 euro, quella tra Firenze e Bologna da 8 euro a 8,10 euro. Oppure, visto che il gettito da pedaggio complessivo introitato dalle diverse società che gestiscono le autostrade è dichiarato in 7,4 miliardi di euro (fonte Aiscat dati 2015), se destinassero l’1 % di questi proventi al Piano Nazionale Siti UNESCO, avremmo un gettito pari a 74 milioni di euro.

Sono numeri importanti ma sarebbero introiti sufficienti?
Non credo. Rilanciamo infatti qui la proposta, che abbiamo coniato dopo un confronto con i massimi esperti del settore, sull’esenzione dal Patto di Stabilità delle spese per il patrimonio culturale UNESCO. Ogni anno, con la Legge di Stabilità, il MiBACT dovrebbe chiedere di essere assegnatario di un budget di Patto di Stabilità da distribuire agli Enti pubblici gestori di Siti UNESCO, a fronte di progetti di restauro e valorizzazione del patrimonio culturale ricadenti dentro il perimetro del sito. Questo meccanismo, nella programmazione di investimenti per gli Enti Locali gestori, non metterebbe in competizione la tutela del Patrimonio con altri investimenti indispensabili e relativi alle funzioni primarie (scuole, cimiteri, marciapiedi, strade, impianti sportivi, ecc.).

Un supporto economico sarebbe auspicabile, ma di certo non sanerebbe tutte le criticità della gestione Patrimonio UNESCO in Italia.
Verissimo. Più volte abbiamo sottolineato come una corretta ed efficace gestione dei Siti UNESCO, nella loro pluralità di condizione e di configurazione, richieda l’avvento di una “normativa speciale” in grado di aiutare i soggetti gestori nel loro compito di tutela dell’integrità culturale di questi beni, il cui perseguimento spesso collide con normative “generaliste” che, in questi luoghi, creano invece incongruenza e palesi umiliazioni dei criteri che hanno portato alla dichiarazione di Patrimonio Mondiale dell’Umanità e d’iscrizione del bene nella World Heritage list. Come amministratori pubblici, noi membri dell’Associazione abbiamo individuato i principali temi che, sulla base dell’esperienza quotidiana di amministratori pubblici, andrebbero normati in modo specifico per questi luoghi. Fra questi, la cogenza dei piani di Gestione – che dovrebbero essere equiparati agli strumenti urbanistici di pianificazione; una normativa specifica sul commercio, uno snellimento delle procedure che oggi sovrintendono il sistema degli appalti di servizi ( progettazioni, acquisti ecc.) e di lavori per poter avvicinare gli imprenditori all’Art Bonus a favore dei beni del Patrimonio Mondiale. Altro tema “caldo” è quello della formazione – anzi della non-formazione. Non esiste, infatti, nei programmi scolastici una specificità di temi UNESCO e lo si legge quando, nella stagione delle gite scolastiche, si osservano frotte di ragazzini girovagare in luoghi belli quanto preziosi senza che abbiano una minima idea di quello che hanno l’opportunità di vedere.

Però l’Associazione è molto attiva sul tema della formazione, giusto?
Si, il nostro staff lavora da diverso tempo sul tema grazie al progetto didattico Patrimonio Mondiale nella Scuola. Attraverso un portale web sono state raccolte – e si raccolgono e aggiornano costantemente – le proposte didattiche che enti gestori, associazioni, fondazioni fanno per i giovanissimi e che avvicinano i ragazzi, ma anche gli inseganti, ai valori del Patrimonio Mondiale.

Sul fronte del partenariato pubblico-privato, del quale tanto si parla in questo periodo?
Sarebbe interessante progettare e normare meglio le Fondazioni Beni UNESCO, nelle quali valorizzare la collaborazione tra soggetti privati e pubblici. Esistono già delle esperienze ma sono caratterizzate da differenze sostanziali in termici di sostegno economico da Regione a Regione. Potrebbe essere incentivata la loro costituzione quando ne venga garantita una valida progettualità di fusione delle azioni pubbliche con quelle private: in questo sarebbe utile un provvedimento ad hoc, per esempio di tipo emendativo alle normative riferite alla Riforma Madia delle partecipate pubbliche, per dare certezza giuridica e forza costitutiva a queste esperienze.

Di solito quando trattiamo i temi della gestione dei siti UNESCO facciamo riferimento alle amministrazioni locali comunali. Qual è invece il ruolo delle Regioni e delle Città Metropolitane?
Sui temi della conservazione, valorizzazione e fruizione dei Siti UNESCO, le Regioni e gli altri Enti d’area vasta debbono acquisire un ruolo di coordinamento e di sostegno molto più incisivo. Nel nostro Paese, in particolare negli ultimi anni, sono maturate esperienze regionali molto variegate di considerazione della rete dei Siti UNESCO e di progettualità volte a creare politiche culturali e turistiche di rete fra i vari Siti. Anche nell’allestimento dell’architettura dei fondi europei, sarebbe opportuno che le Regioni individuassero specifiche misure di finanziamento per i Siti UNESCO.

A proposito di Europa, qual è all’estero la situazione per i Siti UNESCO e i relativi gestori?
Come Associazione Italiana dei Beni UNESCO partecipiamo alla rete delle Associazioni Europee che si occupano del Patrimonio Mondiale: un movimento che si sta formando e che sta veicolando molte interessanti buone pratiche da mutuare vicendevolmente. Per quanto attiene al tema delle risorse e delle normative, anche in sede Europea, occorre sviluppare una politica di attenzione verso il patrimonio mondiale, attraverso una diretta e forte interlocuzione dei nostri livelli governativi e parlamentari con la Commissione Europea e con il Parlamento Europeo.