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Dove sta andando il mondo produttivo della cultura e del turismo in Italia? Quali sono le dinamiche che animano le politiche culturali attuali? Se ne è parlato ieri al Salone del Restauro  di Ferrara nella tavola rotonda organizzata e promossa da Federculture: “Impresa Cultura. Creatività, Partecipazione, Competitività 12° Rapporto Annuale Federculture”.

Alla base del dibattito il Rapporto di Federculture che, sebbene pubblicato alla fine dello scorso anno, è uno strumento efficace per comprendere e analizzare il mondo variegato della Cultura nel nostro Paese, ponendo come assunto che la Cultura sia Impresa – e viceversa.

“Stiamo vivendo un momento felice, che vede una generale ripresa del settore. Questo trend  è dovuto a diversi fattori, primo fra tutti il nuovocorso del MiBACT. – ha spiegato Claudio Bocci, direttore di Federculture nell’interpretare con i partecipanti i dati del rapporto – Il Ministro Franceschini, nella sua prima dichiarazione ufficiale, ha detto che il suo è il primo ministero economico, vista la qualità e la quantità delle risorse del nostro Paese. La nuova gestione dei musei, la istituzione di parchi archeologici, hanno messo alla luce le capacità dei nuovi direttori di fare impresa sui territori di riferimento, costruendo un dialogo con le amministrazioni e le altre istituzioni. Alla realizzazione completa della riforma manca, secondo noi di Federculture, l’ultimo miglio: resta tradizionale l’approccio dell’organizzazione e alla gestione del museo o del luogo di cultura. Sarebbe auspicabile, magari anche con l’istituzione di Fondazioni che ne rilevino l’importante operato, che questi si colleghino sempre meglio con i territori e i diversi attori economici che su di essi si muovono.”

Al dibattito hanno partecipato Emilio Casalini, Giornalista e Scrittore, Manuel Roberto Guido, Direzione Generale Musei – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Massimo Mezzetti, Assessore Cultura e Sport – Regione Emilia Romagna; Elsa Signorino, Assessore Cultura – Comune di Ravenna e Paolo Venturi, Direttore – AICCON.

Fra i diversi i punti messi a fuoco nel corso dei lavori – criticità, necessità e tappe importanti di un percorso che resta in salita – è emerso prioritario il bisogno della costruzione di una “metrica del sistema cultura”, il riconoscimento di un linguaggio e strategie comuni e condivise per mettere in rete in maniera fattiva, e non solo teorica come spesso accade, tutte le realtà che fanno cultura sui territori. 

IL RAPPORTO FEDERCULTURE IN PILLOLE

Il Rapporto descrive un settore investito, dopo anni di stasi, da politiche di respiro strategico che coniugano valorizzazione della cultura, come uno dei maggiori fattori competitivi dell’Italia, e promozione della conoscenza, in particolare tra i giovani, per favorire la partecipazione dei cittadini alla tutela e fruizione del patrimonio nazionale. Un impegno che sembra premiato dai risultati positivi che si registrano in molti ambiti, segnando un oggettivo recupero in particolare rispetto al crollo dei consumi culturali che si era registrato nel 2012 e 2013 quando la spesa culturale degli italiani diminuiva del 7% e la fruizione segnava un calo a due cifre (teatro -15,5%, mostre -12,8%, concerti -14,4%).

La tendenza nel 2015 è decisamente invertita: gli italiani sono tornati a teatro (+4% sul 2014 e +8% sul 2013), nei musei (+7% e +18%), e nei siti archeologici (+8 e + 16%). Dato particolarmente positivo è che la fruizione culturale cresce molto tra i giovani, più di quanto accada per la popolazione nel suo complesso. Ad esempio nel 2015 rispetto al 2014, nella fascia di età 15-17 anni la fruizione teatrale aumenta del 16,6% e quella dei musei del 10,6%; in quella 20-24 anni si registra per il teatro una crescita dell’11,4%, per musei e mostre un +14,3%, nei concerti di musica classica +8,2%.

Tuttavia, in un quadro complessivamente positivo, non si possono tralasciare alcuni elementi di criticità che rischiano di frenare la ripresa e il recupero di competitività, anche internazionale, del settore e dell’intero sistema Paese. Tra questi ad esempio il fatto che la partecipazione alla cultura sia ancora diffusa tra fasce ristrette della popolazione: l’astensione culturale, in calo nel 2015 del 4% rispetto all’anno precedente, riguarda ancora il 18,5% dei cittadini vale a dire circa 11 milioni di italiani che non fruiscono di cinema, teatro, musei, concerti, né praticano la lettura. E in particolare sul fronte della lettura i dati sono sconfortanti: nel 2015 si stima che meno di un italiano su due, cioè il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni), abbia letto almeno un libro, cifra stabile rispetto all’anno precedente, ma complessivamente in calo da diversi anni (nel 2010 la percentuale di lettori era del 47% circa).

Inoltre, esiste un evidente “ritardo” del Mezzogiorno del Paese, dove tutti gli indicatori seppure positivi sono decisamente inferiori al resto della penisola. Ad esempio la spesa media mensile delle famiglie dedicata a cultura, spettacoli e ricreazione che, a livello nazionale è pari a 126,41 euro, nel Nord-Est è di 159 euro, nel Centro il dato è di 128 euro e nel Sud e nelle Isole rispettivamente di 84 e 78 euro, la metà di quanto si spende nel triveneto e circa due terzi della spesa media nazionale. Inoltre, sul fronte del turismo, se da una parte recuperiamo ben 18 posizioni nella classifica della competitività turistica del World Economic Forum passando dal 26° posto del 2013 all’8° del 2015, arrivi e presenze sono ancora è fortemente concentrato in alcune regioni e gran parte delle numerose attrattive del territorio, in particolar modo ancora una volta al Sud, non sono adeguatamente valorizzate. Ne è un chiaro indicatore il fatto che il 64,5% della spesa turistica degli stranieri si concentra in cinque regioni (Lazio, Lombardia, Veneto, Toscana, Campania), con differenze molto significative: ad esempio in Lombardia i turisti stranieri hanno speso 6 miliardi di euro e in Sardegna esattamente un decimo, 600 milioni.

Un analogo problema di concentrazione si registra sul fronte dei visitatori dei musei che per l’86% si riversano in 5 regioni – Lazio, Campania, Toscana, Piemonte, Lombardia – con i siti del Lazio che ne accolgono quasi 20 milioni, quelli della Campania e Toscana circa 7 milioni ciascuna, mentre in molte altre regioni, come Basilicata, Abruzzo, Calabria, se ne registrano poche centinaia di migliaia.

Dunque, seppure ci sia un’inequivocabile tendenza all’investimento e alla promozione della crescita del settore e una chiara disponibilità a considerare la cultura come un valore per il Paese, è necessario approfondire e intensificare le azioni intraprese per renderle più efficaci nel raggiungimento degli obiettivi.

Estensione dell’Art bonus a tutti i soggetti che praticano la cultura, ampliando la platea dei beneficiari, delle azioni finanziabili, dei possibili finanziatori con la possibilità di farne uno straordinario traino economico;

Defiscalizzazione del consumo culturale, a partire dai libri, fino agli spettacoli e le visite alle mostre e ai musei;

Promozione dell’applicazione del bonus giovani, sperimentandone anche una possibile estensione alla popolazione anziana che, grazie all’aumentata aspettativa di vita, può diventare un ambito di politiche culturali innovative;

Incentivare il processo di autonomia delle fondazioni culturali, favorendo il percorso della loro privatizzazione, in modo da farle uscire dal recinto degli Organismi Pubblici, con benefici per il bilancio dello Stato;

Prevedere l’«eccezione culturale» per le norme che più direttamente influiscono sulla gestione e l’operatività delle aziende della cultura (come nel caso del nuovo Codice degli Appalti, o della spending review), al fine di approdare ad una disciplina specifica per l’«Impresa culturale» che tenga conto delle peculiarità di questo settore, così come ad esempio finalmente è stato fatto per la composizione dei Consigli di Amministrazione delle Istituzioni culturali, al fine di stimolare la partecipazione di soggetti privati accanto ai rappresentanti delle Istituzioni pubbliche.