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Patrimonio Mondiale, che fare? Rimettiamo “al centro” salvaguardia e governance

L’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale non può rimanere indifferente all’appello lanciato da Francesco Bandarin sul ruolo del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, pubblicato il 10 luglio su The Art Newspaper e su Il Giornale dell’Arte il 12 luglio scorso (ricordiamo che Bandarin è un architetto e urbanista, specializzato nella conservazione del patrimonio urbano che dal 2000 al 2010 è stato Direttore del Centro Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e Segretario della Convenzione del Patrimonio Mondiale e dal 2010 al 2018 è stato Direttore-generale aggiunto dell’UNESCO per la cultura).

Con la necessaria e doverosa umiltà, dovuta a un ruolo defilato della nostra Associazione nell’ambito della cornice internazionale che vede gli stati membri protagonisti assoluti dell’applicazione della convenzione del 1972, riteniamo comunque indispensabile trovare lo spazio per una riflessione e un richiamo ai valori del sodalizio della rete del Patrimonio Mondiale. READ THE ARTICLE IN ENGLISH >>

«Si tratta di un richiamo che prima di tutto dobbiamo fare a noi stessi. – dice Carlo Francini, Coordinatore Scientifico Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale – Il valore della solidarietà e dell’impegno comune nella salvaguardia  del patrimonio culturale e naturale è alla base dell’appartenenza alla lista del Patrimonio Mondiale. Come possiamo trasmettere alla future generazioni l’eccezionale valore universale dei luoghi del Patrimonio senza tenere fisso lo sguardo verso questa direzione? – si interroga Francini – Nella gestione di un sito del Patrimonio Mondiale la responsabilità condivisa tra le varie istituzioni deve mettere al centro lo sviluppo della consapevolezza della comunità nei confronti del valore di eredità culturale che abbiamo ricevuto, con la missione di consegnarlo migliorato a chi verrà dopo di noi. Talvolta, seguendo i lavori degli ultimi anni del Comitato del Patrimonio Mondiale, ci è parso che il valore morale, etico e, più in generale, di visione della Convenzione per la Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale del 1972 sia ridotto a una corsa all’iscrizione di un numero sempre maggiore di siti.»

Una competizione sterile, che vede troppo spesso le istituzioni locali, nazionali e internazionali, individuare l’inserimento nella lista come traguardo e non come una delle eterogenee fasi di un lavoro profondo, rivoluzionario della propria organizzazione e della gestione del sito in questione.

Quale può essere, quindi, il ruolo di tecnici, amministratori e istituzioni che gravitano intorno al Patrimonio Mondiale per invertire questa tendenza?

«Prima di tutto, per i siti già iscritti, bisognerebbe impegnarsi con determinazione, a tutti i livelli, in una gestione coerente con quanto previsto dalle linee guida operative del Centro del Patrimonio Mondiale. Una responsabilità condivisa tra tutti i portatori di interesse ma che deve mettere al centro la comunità. – spiega ancora Francini – L’UNESCO deve creare occasioni di continuo coinvolgimento nei valori e nella conoscenza del Patrimonio Mondiale, incoraggiando con forza gli stati membri a seguire e sostenere i programmi internazionali per accentuare  il valore solidaristico della rete con un particolare riguardo al tema della sostenibilità attraverso l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda il processo di formulazione della liste per le nuove candidature, sarebbe probabilmente opportuno indicare delle linee guida più stringenti alle quali gli stati membri devono ispirarsi.»

Francini lancia quindi un’idea sfidante: «Forse potrebbe essere una scelta innovativa, quasi rivoluzionaria, secondo me, quella di far  entrare nella lista solo quei siti che abbiano testato nel periodo della loro candidatura una gestione coerente con i criteri legati all’eccezionale valore universale del sito. Sarebbe un processo che dovrebbe prendere avvio con l’inserimento di un sito nella Tentative List da parte degli Stati Membri, attraverso un percorso accompagnato dagli organi consultivi ICOMOS, IUCN, ICCROM e dalle Commissioni Nazionali per l’UNESCO con il supporto delle associazioni nazionali che si rifanno al Patrimonio Mondiale. Potrebbe essere così ipotizzato che la durata del processo di candidatura sia anche il tempo utile per la valutazione di un modello di governance efficace. »

Come focus di una riflessione complessiva, resta però un tema di fondo: la necessità recuperare lo spirito della convenzione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale per combattere quella che Francesco Bandarin ha definito  «la crescente politicizzazione di quello che un tempo era un dibattito approfondito sulla protezione del patrimonio» rimettendo al centro la salvaguardia di quelle, che sempre Bandarin ha precisato essere le «più straordinarie meraviglie del mondo».

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